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Rassegna stampa

"Sci, via libera a Carnevale? Non c'è fiducia sull'apertura"

? «I lavoratori del settore impianti a fune sono disperati. Al pari di quelli che operano nell'indotto. Vorrebbero iniziare a lavorare quanto prima, ma, vista la situazione,, sarà estremamente difficile. Per questo motivo chiedono di avere almeno la garanzia di una copertura economica, i cosiddetti ammortizzatori sociali, che, dove non sono già finiti, stanno per finire. Ergo, occorre al più presto rifinanziarli». Ha chiaro il quadro della situazione, Giorgio Nana, referente della Filt Cgil regionale per il settore impianti a fune, che lunedì pomeriggio in videoconferenza ha condiviso le preoccupazioni del settore con tutti i suoi colleghi della Filt a livello nazionale, per il coordinamento del segretario generale della categoria, Domenico D'Ercole. «A parte le Regioni e Province autonome di Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, che hanno già, in sé, maggiori provvidenze per il settore del turismo - afferma Nana -, tutti gli altri territori sono in difficoltà estrema e crescente. Compreso il nostro. Ci sono stazioni che hanno già chiesto la cassa integrazione, altre che non l'hanno, ancora, formalmente chiesta, ma sono prossimi a farlo. Ormai tenere aperti gli impianti, anche solo in vista del 15 febbraio, per i più vuol dire lavorare in perdita netta. E, poi, non c'è fiducia su una possibile riapertura proprio nel periodo delle feste di Carnevale, dove potenzialmente, salva la possibilità di circolare, potrebbe anche esserci interesse a sfogarsi in pista, ma proprio per questo si possono ipotizzare nuove restrizioni e ulteriori paletti». Resta, in una parola, particolarmente fluida e difficile la situazione degli impiantisti, anche di casa nostra, tant'è che, venerdì prossimo alle 15, è fissato un incontro in videoconferenza. Parteciperanno le segreterie nazionali e territoriali di Filt Cgil, Fit Cisl, Uil Trasporti e Savt Transports con Valeria Ghezzi, presidente, e l'establishment di Anef, Associazione nazionale esercenti funiviari, la principale associazione di rappresentanza della categoria degli impiantisti. Al gruppo afferiscono anche gli operatori di casa nostra salvo Sib, Società impianti Bormio, affiliata Federfuni. E.Del.

Vaccini, Fugatti incalza il governo Arcuri: «Le perdite saranno ricalibrate»

trento II calo delle dosi di vaccino Pfizer subito dal Trentino «verrà ricalibrato nelle prossime distribuzioni». L'assicurazione è arrivata ieri sera dal commissario straordinario Domenico Arcuri in un lungo confronto tra i governatori e i ministri Francesco Boccia e Roberto Speranza. Una notizia che fa tirare un certo sospiro di sollievo, visto che la nostra provincia era risultata il territorio maggiormente danneggiato dal taglio di dosi Pfizer destinate all'Italia (con un calo di forniture del 6b%). «Questa precisazione ci va bene» è stato non a caso il commento del governatore Maurizio Fugatti, che proprio durante il video-confronto ha ribadito le perplessità ? e le irritazioni ? dell'amministrazione provinciale per un taglio a livello locale considerato «inspiegabile». «Il Trentino ? ha detto Fugatti a Boccia, Speranza e Arcuri ? ha sempre rispettato le regole, mettendo da parte anche il 30% delle dosi per la seconda somministrazione. E si è trovato ad essere il territorio maggiormente penalizzato». A Roma, innanzitutto, il governatore ha chiesto lumi sulla questione della possibile «solidarietà» tra regioni (con il rischio, per il Trentino, di dover anche cedere dosi di vaccino ad altri territori): una possibilità che è stata esclusa. E poi ha chiesto risposte sui tagli, che accomunano anche territori come Veneto ed Emilia Romagna. «Arcuri ha assicurato ? ha spiegato Fugatti a fine incontro ? che nella futura distribuzione dei vaccini le perdite subite dai territori più penalizzati saranno ricalibrate». Sul fronte sanitario, invece, il rapporto giornaliero elaborato dall'Azienda sanitaria fornisce un quadro in chiaroscuro. Se infatti le guarigioni di ieri fanno segnare un numero quasi record ? 420 in 24 ore ? portando il totale sopra quota 22.000 (su un totale di circa 25.400 contagi), i decessi rimangono ancora un nodo dolente. Ieri sono stati cinque, 3 donne e di 2 uomini, di età compresa fra 71 e 87 anni. Per quanto riguarda i nuovi positivi, sono stati 35 i casi rilevati ieri con il tampone molecolare (su un totale di 2.038 analisi), mentre i casi registrati con test antigenico rapido sono stati 108 (su 998). Ben 327 le conferme da molecolare di persone testate nei giorni scorsi con i tamponi antigenici. E migliora leggermente la situazione per quanto riguarda la pressione ospedaliera: ieri sono state 25 le dimissioni a fronte di dieci ricoveri. Il numero di posti letto occupati cala quindi a 317, di cui 46 in terapia intensiva. E i vaccini? Sono 11.574 le dosi somministrate, 3.127 delle quali a ospiti di case di riposo. Intanto non si placa la protesta dei pubblici esercizi, che tornano a rivolgersi a Roma. Ieri i vertici di Fipe-Confcommercio e Fiepet-Confesercenti si sono confrontati in videoconferenza con il ministro Stefano Patuanelli, al quale hanno presentato un documento unitario per «restituire la dignità al settore dei pubblici esercizi, attraverso un piano ben definito che conduca a una riapertura in sicurezza dei locali». «Nonostante gli investimenti già fatti dagli imprenditori del settore ? hanno detto i vertici di Fipe e Fiepet ? siamo disponibili a implementare i protocolli sanitari, coinvolgendo anche il Comitato tecnico scientifico, con l'obiettivo di riprendere l'attività serale di ristorazione nei territori gialli e dare la possibilità ai locali di restare aperti almeno sino alle 18 nelle zone arancioni». E rimane alta l'attenzione anche sugli impianti da sci, fermi ? secondo le ultime disposizioni statali ? almeno fino al 15 febbraio. Ieri la questione ha animato il dibattito della settima commissione della Camera, riunita per discutere del decreto legislativo sulle misure in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali ma alla fine concentratasi sul più attuale problema della chiusura delle piste. «Partire a metà febbraio significa non ripartire, con l'aggravante che, a crisi epidemica finita, non ci sarà nemmeno più la forza di rialzarsi con ripercussioni socio-economiche gravissime per la montagna» hanno sottolineato i rappresentanti dell'Uncem, chiedendo di avviare la stagione sciistica prima del 15 febbraio. «Se è possibile viaggiare in autobus con capienza al 50%, lo si può fare anche in seggiovia alla stessa percentuale, con tempi di percorrenza più brevi» ha rilevato l'Anef (l'associazione degli impiantisti) con la presidente Valeria Ghezzi. E lo stesso presidente del Cai (il Club alpino italiano), Vincenzo Torti, ha sostenuto la necessità di far ripartire gli impianti prima possibile.

Gli albergatori della Valle d'Aosta si arrendono

Bandiera bianca in zona arancione. «Bisogna mettersi il cuore in pace e considerare questa stagione come cancellata». Gli albergatori della Valle d'Aosta si arrendono al nuovo Dpcm e al cambio di colore della regione. Secondo il rappresentante della categoria, Filippo Gérard, aprire le strutture significherebbe avere solo spese. Tanto vale chiudere. Lo scorso dicembre il governatore ed esponente dell'Union valdòtaine, Erik Lavévaz, aveva introdotto una norma regionale con misure di contenimento della diffusione del contagio da Covid-19 di minor rigore rispetto a quelle statali. Provvedimento sospeso dalla Corte costituzionale. La Valle d'Aosta non fa eccezione. Neppure sulla crisi del settore alberghiero. Per Gérard è arrivato il momento di prendere una decisione drastica: tenere le porte chiuse. «Gli ultimi decreti mettono definitivamente una pietra tombale su questa stagione invernale», ha spiegato il presidente dell'associazione valdostana degli albergatori. «I titolari degli alberghi di montagna si mettano il cuore in pace e lascino chiuse le proprie strutture per tutto l'inverno». «In questa situazione», ha aggiunto, «siamo costretti a dare un consiglio paradossale ai colleghi che sono così disperati che vorrebbero aprire a tutti i costi, ma la disperazione offusca la ragione: state fermi, rimanete chiusi, fate i conti, se si apre aumentano solo le spese di gestione senza possibilità di clienti». Il numero uno di Federalberghi della Valle d'Aosta ha fatto i conti per primo. «Mediamente la perdita generata da un albergo chiuso è di 10 mila euro al mese, mentre in caso di apertura ce ne rimetti almeno 30 o 40 mila. Finché non c'è la zona bianca e la possibilità di spostamento tra regioni, per il turismo di montagna non c'è futuro». Per l'esponente della giunta nazionale di Federalberghi, Alessandro Cavaliere, il vero problema è 11 divieto di spostamento tra regioni e la conseguente assenza di sciatori e turisti. «Da una parte gli alberghi non sono obbligati a chiudere, ma la verità è che il telefono non squilla», ha sottolineato. «Ad Aosta come a Venezia non ci sono richieste. Nessuna». «Solo gli impianti della Valle d'Aosta, per funzionare, hanno bisogno di circa 1.000 addetti: 300 lavoratori a tempo indeterminato più 600 stagionali. Se si riaprissero, ma con i clienti che non possono arrivare da altre regioni, le società del comparto rischierebbero il fallimento». Anche per Valeria Ghezzi, presidente dell'Anef, l'Associazione nazionale esercenti funiviari, il presente è tutt'altro che roseo. «Mi sembra abbastanza inverosimile che la stagione dello sci possa partire il 15 febbraio, io non sono così ottimista», ha detto a Repubblica Torino. «Per carità, se poi il contagio dovesse calare e le cose dovessero girare in maniera diversa tutto potrebbe succedere, ma mi sembra veramente difficile pensare che la stagione possa partire».

Due proposte per salvare il Trentino

Sono trascorse poche giornate dall'annuncio ufficiale della chiusura della versione stampata dello storico giornale Trentino. Molti sono stati i messaggi di meraviglia, di incredulità, di dispiacere, come di solidarietà verso il direttore Mantovan, i giornalisti, i collaboratori e i dipendenti tutti. Una pagina certamente triste per la nostra comunità trentina. Ma nella vita nulla è definitivo. Con intelligenza e forza di volontà si possono ipotizzare, studiare e proporre soluzioni che possono ridare vita ad un qualcosa che oggi è ritenuto perduto. Ritengo sia inutile qui ribadire l'importanza di un quotidiano. Il Trentino per oltre 75 anni è stato un fedele amico per tantissimi abitanti delle nostre vallate, delle nostre città e dei nostri paesi. Aver avuto a disposizione una voce alternativa all'altrettanto storico e valido giornale L'Adige, è stato fonte e stimolo per un confronto sempre chiaro e proficuo per tutti noi. Merito indiscusso delle proprietà, dei direttori e dei giornalisti che hanno concorso a garantire moltissime pagine di libertà e di democrazia, peraltro valori ben radicati sul nostro territorio anche grazie alle pagine dei due suddetti giornali. Cosa si può fare ora? L'editore on. Michl Ebner ha verificato i conti, li ha ritenuti per lui insostenibili e ha preso la sua decisione imprenditoriale. Giustamente da rispettare. Ritengo fermamente che noi comunità trentina, sempre che la presenza del giornale Trentino la si ritenga utile oltre i meri aspetti economici e finanziari, abbiamo il dovere di pensare ad una proposta per dare una continuità al quotidiano. La normativa societaria ci indica più possibili strade e strumenti. Provo qui ad indicarne un paio. La Società ad azionariato^diffuso (S.a.d.), o in inglese public company. E un'impresa che suddivide il proprio capitale sociale tra moltissimi azionisti; è una tipologia di società poco sviluppata in Europa, in Italia sono circa il 20% della totalità delle società, mentre sono più diffuse negli Usa e spesso là sono pure quotate in Borsa. Le Società ad azionariato diffuso sono società di diritto e proprietà privata. Come già detto in precedenza, hanno una struttura polverizzata, infatti il capitale di rischio è suddiviso in modo tale da impedire ai Soci di possedere un numero di azioni superiore ad una percentuale minima del totale, solitamente tra il 3% e il 5%. Questo genera il fatto che non vi sia un gruppo di controllo tra gli azionisti. Spetta invece al gruppo dirigente prendere le decisioni inerenti la gestione della società. Perciò la S.a.d. la si può definire un'impresa manageriale, che delega la dirigenza a dei professionisti, i quali non ne diventano i proprietari. Questa forma di società mediamente ha una grande capacità di attirare investimenti e risorse, ancor più se la gestione si presenta positiva. Se gli obiettivi aziendali sono condivisi dai molti azionisti, come ad esempio nel nostro caso la salvezza e la futura tutela di un importante giornale per una comunità, e se gli stessi azionisti nominano manager capaci, questa forma societaria è molto garantista. La dirigenza dell'impresa, al fine di mantenere intatto e alto il valore dell'azienda, nonché di conservare il proprio posto di lavoro, sarà motivata a consolidare e fidelizzare sempre più gli azionisti. L'altra ipotesi che qui mi permetto di indicare è la Società cooperativa. Ha aspetti simili alla S.a.d., con un azionariato certamente ancor più diffuso, leggasi un azione per ogni Socio, intendimenti più solidali, idealmente una conduzione non sempre finalizzata al profitto o ad acquisire dividendi annuali. Entrambi le forme societarie qui proposte hanno, come si è soliti dire, dei prò e dei contro. Ma chi le potrebbe proporre all'attenzione di tutti noi trentini e non solo? Vi è certamente bisogno di un soggetto capofila, che con grande forza e trasparenza possa dare il via all'ambizioso progetto. Qui mi fermo a tre possibili protagonisti, capaci di coagulare e di motivare la nostra comunità: la Camera di Commercio Industria Agricoltura Artigianato del Trentino, Confindustria del Trentino e Unione Commercio del Trentino.

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